ATTUALITA'


Lo spazio ritrovato

Sulla conferenza di Marco Focchi all’Associazione Nodi Freudiani



Pierrette Lavamchy

L’Associazione Nodi Freudiani – Movimento Psicanalitico Milano, di tendenza lacaniana, ha organizzato una serie di incontri su un argomento molto vicino ai nostri interessi: “La cura della parola”, nel quale la parola compare nella doppia veste di strumento di cura e di oggetto di cura. Nell’ambito di questo ciclo Marco Focchi ha tenuto sabato 10 maggio, a Palazzo Cusani a Milano, una conferenza sul tema “Uscire dall’incubo della storia”, altro titolo accattivante e un po’ enigmatico. Di quale storia si tratta, perché è un incubo?

Introdotta da Sergio Contardi e commentata poi da Roberto Caracci e da Paolo Nepoti, la relazione di Marco Focchi si è concentrata sul problema dell’analista sollecitato a intervenire non già per essere il facilitatore di un discorso interiore dell’analizzante, bensì piuttosto per fungere da liquidatore di sintomi avulsi da ogni contesto emozionale o esperienziale. Sono «sintomi senza inconscio in un’epoca senza desiderio», titolo del libro di Marco Focchi appena uscito per le edizioni Antigone. Se manca il desiderio manca inevitabilmente l’inconscio nel quale trova la sua energia. E quindi il sintomo non può essere connesso con alcuna radice. È sempre più frequente, dice Focchi, questo tipo di richiesta, di fronte al quale i nostri strumenti analitici non sembrano funzionare. Il motivo della loro scarsa efficacia è appunto “l’incubo della storia”, espressione joyciana. Vale per Stefano, l’eroe dell’Ulisse, nelle cui parole «la storia è un incubo dal quale sto cercando di svegliarmi», per Joyce medesimo, che si sforza di sfuggire a un passato familiare infelice, ma anche per i pazienti della psicoanalisi. Infatti la psicoanalisi attinge in larga misura al concetto di “romanzo familiare”, quella storia nascosta che, una volta conosciuta, rivelerà al soggetto la sua vera origine:  non è un povero bracciante, ma il figlio di un sovrano, non è un brutto anatroccolo bensì un cigno. Questo modello, dice Focchi, prevede sempre una figura autorevole – “Altro dell’Altro”, “Nome del Padre” nei termini di Lacan, in breve un’entità trascendente, che riconosca l’identità del soggetto e garantisca questa sua origine. In mancanza di tale figura trascendente non si approda a una conclusione. Così il tentativo di rintracciare la genesi di un sintomo lungo l’asse temporale, risalendo le tappe fino a un evento o trauma primordiale, si ferma alla scena primaria, senza poter andare oltre. I primi psicoanalisti l’avevano capito e, in presenza di una fobia, dopo aver percorso la via interpretativa, seguivano una tecnica molto affine a quella usata attualmente dai cognitivisti.

In alternativa alla categoria del tempo conviene usare la categoria dello spazio; invece della storia, la geografia. Nel Piccolo Hans, dopo l’elaborazione che consente di capire la sostituzione per cui il bambino, al posto di temere la punizione del padre, ha paura del morso del cavallo, Hans fa un sogno in cui è questione di scomporre e ricomporre un oggetto che rinvia alla figura materna. Lì, nella riorganizzazione spaziale e non nella ricostruzione storica, starebbe la chiave che permette il superamento della fobia. Il sintomo non è da eliminare, ma da purificare della sua componente di sofferenza, per poterne utilizzare il potenziale di godimento. Per arrivarci, dice Focchi, l’oggetto da scomporre e ricomporre in un’altra maniera sarebbe la lingua, lalangue di cui parla Lacan nel Seminario XX. In altri termini non si tratterebbe più di usare le parole per ricostruire una storia nella temporalità, ma di usare la lingua come luogo di godimento, in un viavai dal codice paterno al codice materno del linguaggio.

Se ho capito bene l’ispirazione di Focchi nella sua conferenza profonda e brillante, mi sembra stia suggerendo il passaggio dal paradigma diacronico al paradigma sincronico nella ricerca psicoanalitica. Mi sembra che, in questo salto di paradigma, particolarmente pertinenti siano le parole di Proust a proposito del suo ingresso nel cortile del palazzo Guermantes; quando, avvertendo il dislivello del pavimento, ricorda in un’esperienza istantanea le emozioni di tanti luoghi diversi (non di altri tempi) e prova una felicità che dissipa tutti i suoi dubbi: «...tutto il mio avvilimento svanì davanti alla stessa felicità suscitatami, in periodi diversi della mia vita, dalla vista d’alberi che m’era sembrato di riconoscere durante una passeggiata in carrozza nei dintorni di Balbec, dalla vista dei campanili di Martinville, dal sapore di una madeleine intinta in una tisana, da tante altre sensazioni di cui ho parlato e che m’erano parse sintetizzate nelle ultime opere di Vinteuil. Come nel momento in cui assaporai la madeleine, ogni inquietudine riguardo al futuro, ogni dubbio intellettuale erano dissipati.» . Dove uno spazio diventa un luogo, dove si affastellano tutti i luoghi, non dei tempi passati, ma dell’esistenza.

Sono grata a Mariapia Bobbioni che mi ha invitata a questo evento, a Marco Focchi e ai colleghi di Nodi Freudiani per l’occasione offerta di condividere la riflessione sul senso del nostro lavoro.





Versione stampabile

Torna