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LĂ­onda dellĂ­estroflessione

Pierrette Lavanchy





L’onda dell’estroflessione

Pierrette Lavanchy
 

Ho chiuso la recensione al trittico dei film Il grande Gatsby, La grande bellezza, Il lupo di Wall Street, sulla parola chiave “estroflessione”. Il medesimo termine si adatta a raccogliere gran parte degli articoli di questo numero 50, da «La metempsicosi della melancolia», a «Interni familiari», a «Le anime dei defunti e il loro galateo». E probabilmente si riferisce anche alla storia del nostro piccolo  mondo occidentale negli ultimi trent’anni. Ma che cos’è l’estroflessione? È un mettere fuori ciò che si può pensare come dentro, come quando un bambino dice “la luna mi segue” o quando un Papa dice che c’è il diavolo. La nostra storia ci ha dato momenti in cui l’estroflessione era caratterizzante. Per esempio Roma, durante la caduta dell’Impero romano ormai privo di mission, e senza la speranza che intanto albeggiava nei cristiani, il Seicento, in Francia in particolare, quando quello che sarebbe stato denominato più tardi isteria o senso di colpa era rappresentato da demoni che invadevano il corpo, istigati da streghe e stregoni; e naturalmente l’epoca attuale, dove una persona è la somma del danaro che può esibire. Attualmente questa onda di estroflessione sembra essere una reazione prevedibile al dominio, durato più di un secolo, della psicologia e della psicologizzazione, che riduce tutto quello che accade al “dentro”, seguendo l’ingiunzione Rede in te ipsum. Le due principali risposte tecniche legate al nostro campo di terapeuti alla psicologizzazione prima dominante, sono il comportamentismo e le neuroscienze da una parte, e il conversazionalismo dall’altra. Correnti entrambe che ubbidiscono all’ingiunzione, e non alla proibizione agostiniana, dell’andare fuori, foras ire. Infatti, le neuroscienze hanno messo fuori dall’anima qualsiasi evento, alienandolo in una sorte di apparato, non si sa bene se più biologico o più robotico, che localizza la rabbia, l’empatia, l’amore, la creazione artistica in atolli autonomi di un arcipelago fuori di noi. Analogamente il conversazionalismo nel corso degli ultimi vent’anni, ha progressivamente cercato di autonomizzare la parola dal suo servaggio alla descrizione del mondo e all’espressione della mente, per renderla autonoma in sé stessa. Per esempio, in «Interni familiari», il linguaggio dell’interlocutrice, che potrebbe essere ridotto a delirio in chiave psicologica o ad attivazione di una zona cerebrale in chiave di neuroscienza, viene preso nel suo valore negoziale sulla Piazza del Mercato insieme al terapeuta. Come il broker è ciò che i suoi titoli dicono agli altri che ha, così nel nostro lavoro una persona è ciò che dice.





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