ATTUALITA'


LĂ­invidia al pit stop

Dissoluzione di una leadership



Pierrette Lavanchy e Giampaolo Lai

Alla fine del gran premio di formula uno di Abu Dhabi, domenica 14 novembre 2010, dove la Ferrari è stata sconfitta contro ogni attesa, Fernando Alonso ha detto: «Questo è lo sport, le gare a volte si vincono, a volte si perdono». Se prendiamo questa frase nel suo valore logico-modale, dobbiamo considerarla una frase fatta deontica, che invita chiunque a tacere, perché il mondo è quello che è e non rimane che accettarlo tale e quale. Al contrario, a noi sembra il caso di parlarne, sia perché la saggezza apparente delle frasi fatte non aiuta a capire come stanno le cose, sia perché si tratta di un evento che vede la dissoluzione di una leadership, quella di Alonso, e la costruzione di una nuova e definitiva leadership, quella di Vettel. E importa molto a tutti, specialmente al team della Ferrari, esaminare da vicino i possibili fattori che hanno condotto alla dissoluzione della leadership di Alonso.
Riepiloghiamo i fatti per sommi capi. La Ferrari, dopo un inizio della stagione piuttosto difficile, in cui era scesa a -48 punti nella classifica dei piloti, proprio alla vigilia dell’ultimo gran premio era risalita a +8 punti. Sia il team dei meccanici sia Alonso stesso avevano fatto un lavoro eccezionale, e lo spagnolo, in testa davanti a Webber, aveva buone probabilità di aggiudicarsi il suo terzo titolo di campione del mondo, come si vede a leggere i punti dei quattro piloti matematicamente possibili vincitori del titolo iridato: 1° Alonso (246) ; 2° Webber (238); 3° Vettel (231); 4° Hamilton (222). Dopo le prove di qualificazione Alonso, grazie a una performance straordinaria, aveva conquistato il terzo posto dietro a Vettel e Hamilton, e davanti a Button e Webber. Gli sarebbe bastato arrivare al traguardo in questa posizione, anche “guidando come un tranquillo taxista a Milano”, come aveva detto qualcuno. Posizione psicologica, questa, condivisa dalla dichiarazione di Alonso prima della partenza: «L’importante è arrivare in fondo alla gara».
Affermazioni piene di buon senso. Ma il buon senso non sempre è una virtù, specialmente nelle condizione di competizione feroce come in Formula 1. Infatti implicano un atteggiamento di remissiva prudenza dell’équipe, equivalente, in campo calcistico, allo slogan sparagnino: “basta un pareggio”, che mette preventivamente in conto il taglio di una fetta della tensione volta a vincere e non a pareggiare o perdere. Infatti alla partenza abbiamo avuto un primo saggio delle conseguenze rinunciatarie di Alonso che si è lasciato sorpassare da Button, cedendogli come un gentleman di campagna la terza posizione. Le cose comunque andavano ancora bene. Anzi, si erano messe benissimo quando Webber aveva pregiudicato la propria performance sfiorando il guard rail e danneggiando una gomma, e veniva richiamato ai box. Ma a questo punto accadeva una cosa che lasciava increduli tutti gli spettatori.
Chris Dyer, team manager della scuderia, ha dato ordine ad Alonso di fermarsi ai box per un cambio di gomme come quello operato un istante prima dalla Red Bull sulla macchina di Webber. Si è capito allora che la scuderia Ferrari faceva la sua corsa su Webber, come se in gara ci fosse solo Webber, che era comunque alle spalle di Alonso, dimenticando gli altri possibili aspiranti alla vittoria, Vettel e Hamilton, che erano in testa. Le conseguenze di questa decisione sono state disastrose per la Ferrari. Uscito dai box, Alonso si è trovato imbottigliato in un gran traffico mentre Vettel, e non Webber, andava a cogliere una vittoria impensabile, dissolvendo la leadership con la quale Alonso era entrato in pista.
I giornali e perfino i politici hanno duramente criticato gli ordini di Chris Dyer della scuderia Ferrari. «La Ferrari regala il titolo a Vettel», «Alonso condannato da un errore tecnico», «La Ferrari consegna la coppa a Vettel», «Maledetta strategia», sono i titoli di alcuni giornali spagnoli. Il ministro Calderoli ha chiesto le dimissioni di Montezemolo. Il coordinatore Chris Dyer si è assunto la responsabilità dei suoi errori. Anche i giornali italiani parlano di errori di strategia della scuderia di Maranello. Mentre Montezemolo percorre la via dell’invito a non parlare delle ragioni di ciò che è accaduto attraverso una testimonianza di fiducia nella squadra: «Nonostante la sconfitta rimango orgoglioso di tutti gli uomini e di tutte le donne della Ferrari». E anche il direttore Domenicali segue Montezemolo quando dichiara: «Quello che è successo ad Abu Dhabi è stato un episodio negativo ma non può cancellare tutte le cose positive che si sono viste in questa stagione». Se invece lasciamo da parte le mozioni degli affetti e della riconoscenza (e chi mai non sarebbe riconoscente alla Ferrari?), dobbiamo anche lasciare da parte la versione dell’errore alla base della decisione di Chris Dyer e cercare piuttosto di capire che cosa lo ha condotto a compiere l’azione chiamata da alcuni e da lui stesso ‘errore’.
Ricominciamo da capo. Il team manager Chris Dyer interrompe la gara di Alonso richiamandolo ai box. Perché? Per fargli cambiare le gomme, è la giustificazione, come Webber aveva appena fatto, e così consentirgli di restare competitivo nei confronti di Webber medesimo. Ma non è concepibile che un manager competente e esperto come Chris Dyer, mentre pensava a Webber, che comunque era dietro a Alonso, non abbia pensato a Vettel e a Hamilton, che gli erano davanti. Ci deve essere una qualche altra giustificazione che proviamo a argomentare secondo la tesi seguente. Dyer ha fatto fermare Alonso ai box, con il pretesto insostenibile di fargli cambiare le gomme, in modo da frenarne la corsa, da dilazionarne il ritorno in gara, da procrastinarne l’arrivo al traguardo, e così impedirgli di vincere, come di fatto è accaduto. Ma perché mai Dyer avrebbe voluto far perdere Alonso, come, non dimentichiamolo, ha oggettivamente fatto, se, così facendo, avrebbe condotto alla perdita anche la scuderia della Ferrari e quindi sé stesso? A causa dell’invidia.
Nelle parole latine, Invidia est tristizia de felicitate vel gloria alterius, l’invidia consiste nella tristezza per la felicità o per la gloria di un altro; ancora, l’invidia consiste nell’afflizione per la prosperità altrui e nell’esultanza per le avversità altrui, afflictio in prosperis, exultatio in adversis. Se Alonso avesse vinto il titolo mondiale piloti e fosse conseguentemente diventato campione del mondo per la terza volta, mentre la Ferrari non aveva vinto il titolo costruttori, conquistato dalla Red Bull, tutta la gloria sarebbe stata ricondotta ad Alonso e alla sua bravura alla guida della monoposto, piuttosto che al team dei meccanici e al suo manager Dyer. Il quale Dyer inoltre, nell’assumere la sua decisione che almeno in superficie mirava a far vincere il pilota, attraverso una mossa di acuta e paradossale furbizia (farlo fermare per farlo arrivare primo), palesava una forma di hybris, un’ebbrezza del potere, nel desiderio di essere lui, capo della scuderia, l’artefice di una possibile vittoria di Alonso attraverso un arrangiamento tattico-tecnico, piuttosto che riconoscere al solo pilota l’attribuzione della gloria. L’atto di togliere praticamente il volante dalle mani di Alonso ci sembra corroborare l’ipotesi dell’invidia che abbiamo avanzato.
Evidentemente non conosciamo i retroscena personali che intercorrono tra il team manager e il pilota, tuttavia facili da immaginare, in una struttura dove la competizione è portata all’estremo, dove tutti sono invidiosi di tutti. Dove tutti desiderano legittimamente essere causa della vittoria, che purtroppo, quando non è dei costruttori, è di un solo pilota. Secondo noi, lo spettacolo in fondo drammatico che ci è stato dato di assistere del Gran Premio a Abu Dhabi è un altro esempio della dissoluzione della leadership. E in particolare una conferma della nostra tesi secondo la quale all’origine della dissoluzione della leadership troviamo regolarmente l’invidia del partner di colui che è o che sarebbe diventato leader, partner che si muove spesso nella dimensione del “Muoia Sansone con tutti i filistei”. Alla scuderia Ferrari, nel giorno in cui tutto sembrava pronto a decretare la leadership del pilota Alonso campione del mondo, la leadership è stata prima procrastinata poi dissolta con il contributo decisivo del partner invidioso di Alonso.
 





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