Un incontro sulla Mindfulness con Elena Capovilla
Consapevolezza e meditazione come stile di vita
 

Il 18 marzo scorso ha avuto luogo in casa di Rita Erica Fioravanzo uno stimolante incontro, a beneficio di un piccolo gruppo di accademici, con un’ospite intorno a un tema scelto. L’ospite era Elena Capovilla, psicoterapeuta di formazione psicoanalitica, da tempo esperta di approcci corporei per la cura dello stress e del trauma; il tema era la Mindfulness, una disciplina alla quale Elena si ispira nella sua pratica di terapia e di formazione.

La Mindfulness

Che cos’è la Mindfulness? Non una tecnica, sottolinea Elena Capovilla, ma uno stile di vita, ispirato al buddismo, che si propone di istituire verso il mondo un’attenzione consapevole, non giudicante, corredata di amorevole gentilezza (loving kindness). Un’attenzione che implica un rallentamento generale delle attività alle quali la Mindfulness, traducibile con il termine “consapevolezza”, si applica. Molte delle attività che svolgiamo si compiono in maniera inconsapevole, o automatica. Ogni pensiero tende a essere fugace, inseguito da un altro pensiero che prende il suo posto. Ogni sensazione tende a rimanere subliminare. L’approccio della consapevolezza (che Henri Bergson avrebbe chiamato «attenzione alla vita») mira a rendere presenti al soggetto le impressioni dei sensi, dagli stimoli cenestesici a quelli olfattivi.

Una prima elementare prescrizione è quella di focalizzare il pensiero sul ginocchio destro, poi sull’orecchio sinistro. È il punto di partenza per comprendere il concetto del body scan, operazione nella quale il soggetto (paziente, o cliente o allievo che sia) è invitato a centrare  l’attenzione sul proprio alluce sinistro, poi sul lato opposto, risalendo via via lungo il corpo fino alla testa; per affrontare successivamente altre pratiche di consapevolezza, nel mangiare, nel camminare, nell’immobilità, nelle sensazioni, nelle emozioni, nei pensieri. Vi è la doccia mindful, dove è questione di soffermarsi sugli elementi dell’esperienza, dal profumo del bagnoschiuma alla sensazione dell’acqua sulle parti del corpo. Vi è l’esperimento dell’uva passa distribuita parcamente, che ciascun paziente / allievo è invitato a guardare, tastare, annusare, mettere in bocca senza mangiarla, acino per acino. Vi è la meditazione guidata. Ma soprattutto è importante la respirazione. L’esercizio consiste a focalizzarsi sul proprio respiro, con la mano sulla pancia per sentirne il sollevarsi periodico. «Finché una persona respira, la parte di lei che funziona è più forte di quella che non funziona, per quanto malata e senza speranza essa possa sentirsi.» 

L’insieme costituisce il programma MBSR (Mindful-Based Stress Reduction), istituito da Jon Kabat-Zinn un biologo molecolare attratto dalle discipline orientali, che nel 1979 aveva fondato a Boston la prima Clinica per la riduzione dello stress (Stress Reduction Clinic) basata sulla ricerca e sulla cultura della Consapevolezza. Un altro riferimento è il Mind & Life Institute, nato dalla collaborazione tra alcuni studiosi statunitensi con il Dalai Lama, e successivamente dal neuroscienziato cileno Francisco Varela. In Italia poi esiste, a Padova, un Centro italiano per la formazione in Mindfulness chiamato Motus mundi.

Mindfulness nella clinica

Quale può essere l’uso clinico della Minfulness? Jon Kabat-Zinn aveva inaugurato il metodo in ambito medico con pazienti per i quali i curanti  avevano perso speranze: pazienti terminali o anche malati che non reagivano alle cure protocollate. Elena Capovilla ha trovato la Mindfulness particolarmente utile in contesti nei quali un approccio verbale le appariva poco proficuo ed era richiesta un’azione concreta; ricorda una paziente che soffriva di attacchi di panico, e che ha espresso molto sollievo nello “scoprire” il proprio cuore, con la mano sul petto. Ha applicato inoltre il metodo, per esempio a un gruppo di pazienti diabetiche, per non parlare di  gruppi di colleghi da formare. Utilizza generalmente un mix di tecniche: tecniche di rilassamento e autoipnosi, EMDR (Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari), PNL (Programmazione neurolinguistica), e poi tutti gli strumenti della Mindfulness: body scan, respirare insieme concentrati sul respiro, stretching dei muscoli dai piedi alla testa, poi una meditazione guidata in cui si invita le persone a individuare un “luogo sicuro”, montagna o spiaggia o altro posto significativo.

Mosaico - Ravenna

Alcune questioni

Presentato a cultori della conversazione, l’approccio della Mindfulness è destinato a sollevare interrogativi quanto al rapporto tra l’esperienza corporea e l’universo della parola. È compatibile, complementare, o antagonista la Mindfulness rispetto alla psicoanalisi? È meglio equipaggiata di un’altra una persona analizzata, abituata a soffermarsi sulle proprie emozioni, per giovarsi di un’esperienza di Mindfulness? O non è piuttosto che l’analisi, invitando l’analizzante a descrivere le emozioni con delle parole, contribuisce a mentalizzarle e ad allontanare l’immediatezza della loro percezione?

Ma non è solo questione di scegliere tra “cogito ergo sum” e “spiro ergo sum”; bensì piuttosto di chiedersi che cosa significhi il focus sul “sum”,  sulla prima persona, sul soggetto, sia che respiri sia che pensi, in un mondo ostile, pieno di stress e di traumi. La Mindfulness, non c’è dubbio, opera sul soggetto per rendere più piena la sua esperienza di sé, per restituirgli benessere o anche, come è stato detto, per dargli un’impressione di controllo completo. Non si rischia di alimentare nelle persone un’illusoria padronanza, come se l’agente traumatico, alla maniera costruttivista, non esistesse se non lo si pensa? La calma risultante della meditazione non è forse una forma di atarassia? In tal caso potremmo pensare che il successo attuale della Mindfulness è un indizio del declino della nostra civiltà, se è vero che la ricerca della pace d’animo predicata dalle filosofie ellenistiche e soprattutto da quella stoica ha avuto il massimo sviluppo in un contesto di decadenza dei grandi imperi dell’antichità. In una prospettiva sociologica, la Mindfulness in quanto moda potrebbe rappresentare una nuova versione di oppio dei popoli, o di panem et circenses che faccia dimenticare le fatiche del vivere?

 

Consapevolezza

 

Anche considerata come “cura di sé” all’esclusione di ogni altra meta, la Mindfulness sarebbe comunque in buona compagnia, nella corrente egemone del soggettivismo, che va da sant’Agostino a Cartesio, a Kant, a Rousseau. Ma si rischierebbe di trascurare l’aspetto essenziale e caratterizzante del metodo, che gli dà il suo nome: la consapevolezza. È certo questione di liberare la mente dai propri automatismi (nei termini di Elena Capovilla, «disidentificarsi dal cervello»), per purificarlo dai suoi contenuti parassiti; ma l’attenzione, o la meditazione, verte in fin dei conti su un oggetto: quella parte del corpo, quella funzione fisiologica, quella sensazione, quell’oggetto dello spazio. Senza rifarci alle vicende di lontani monaci tibetani, che si dice raggiungano attraverso la meditazione alti livelli di concentrazione, ci basti ricordare, più vicino a noi, le meditazioni di Adamo di San Vittore sulla noce simbolo di Cristo, o la pratica del “raccoglimento” di santa Teresa d’Avila. In una direzione più laica, troviamo anche nella filosofia occidentale alcune scuole di pensiero che presentano parentele con il processo di consapevolezza, in quanto rivolte, non già al soggetto bensì all’oggetto. Già prima della contemporanea object-oriented-ontology, abbiamo per esempio la fenomenologia di Husserl, tutta intenta a raggiungere una condizione di contemplazione che permetta di cogliere l’essenza dei fenomeni; i lavori di Bergson, in particolare Matière et mémoire, che mette in primo piano l’attention à la vie, come strumento di contatto diretto, non inquinato dalla memoria, con la realtà presente; e infine le filosofie esistenzialiste di Heidegger e di Sartre, tese a raggiungere l’essere al di là del nostro limitante esserci.

Vale la pena in proposito citare l’incontro, a Baden Baden, tra Heidegger e un monaco buddhista venuto dalla Tailandia, Bikkhu Maha Mani, con il quale ebbero luogo due colloqui, uno privato in casa del filosofo e un’intervista televisiva. Heinrich Wiegand Petzet[1][2], che assistette ad entrambi, racconta così la conclusione dell’incontro privato:

 

Heidegger aveva parlato di “abbandono”, di “apertura al mistero”. Così, alla fine si parla dell’essenza della meditazione [Meditation]: cosa significa per l’uomo orientale? Il monaco risponde del tutto semplicemente: “Raccogliersi”. E spiega: quanto più l’uomo, senza sforzo di volontà, si raccoglie, tanto più dis-fa [ent-werde] se stesso. L’“io” si estingue. Alla fine, vi è solo il niente. Il niente, tuttavia, non è “nulla”, ma proprio tutt’altro: la pienezza [die Fülle]. Nessuno può nominarlo. Ma è, niente e tutto, la piena realizzazione [Erfüllung]. Heidegger ha compreso e dice: «Questo è ciò che io, per tutta la mia vita, ho sempre detto». Ancora una volta il monaco ripete: «Venga nella nostra terra. Noi La comprendiamo».  

Riflessioni conclusive

Nel panorama attuale di precarietà sociale, economica e vitale dei singoli e delle popolazioni, al cospetto di un futuro imprevedibile ma poco promettente, la Mindfulness si è affermata nel corso ormai di molti decenni  come uno strumento potente, sicuro, richiesto da molte parti, per allentare le tensioni e attutire i “mille traumi naturali che la carne eredita”. Anche se i suoi effetti possono consentire a chi ne beneficia di meglio conoscere e affrontare il mondo degli oggetti, essa si richiama essenzialmente, insieme e in concorrenza con la psicoanalisi, le terapie cognitive, le neuroscienze, a una visione del mondo centrata sul soggetto. In altre parole la sua collocazione, dal nostro punto di vista, resta nel campo della subject-oriented ontology, che pone in primo piano la ricerca del buon funzionamento e del bene vivere del soggetto, attraverso l’educazione, la Bildung, la paideia cara a Platone. Le ricerche che prospettiamo noi all’Accademia delle tecniche conversazionali si situano, occorre dirlo, un po’ agli antipodi: ovvero nel campo della object-oriented ontology, il cui scopo è individuare gli oggetti traumatici che minacciano il nostro benessere e la nostra esistenza, in modo da addomesticarli o di renderli innocui.


 

[1] Petzet H. W., Auf einen Stern zugehen. Begegnungen mit Martin Heidegger 1929 bis 1976, Societäts-Verlag, Frankfurt a. M. 1983, pp. 179-191). A cura di Carlo Saviani. http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/filosofiacomparata/petzet.htm

[2] Carlo Saviani, L’Oriente di Heidegger, il melangolo, Genova 1998.

 
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