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All’ombra dei jeans con tagli e buchi, di Giampaolo Lai


Uno stralunato giornalista americano[1] sbotta: «Lavoro duro dodici ore tutti i giorni, e per che cosa, per comprare a mia figlia adolescente pantaloni con buchi e tagli!». Non se la prende troppo, il turbato padre giornalista. Democraticamente, si mostra liberale verso la figlia. La lascia decidere del suo abbigliamento. Ma non capisce. Vorrebbe capire. E si pone delle domande. Perché mai sua figlia adolescente, come le sue coetanee e compagne di scuola e vicine di casa si comprano pantaloni con buchi e tagli e strappi? Forse perché tutti questi adolescenti esprimono, come sempre in ogni epoca storica, questa volta in questo modo, la loro ribellione ai genitori che se ne vanno in giro vestiti, se non proprio sempre con giacca e cravatta, comunque più o meno bene? O forse, se si vuole attribuire una valenza un po’ più nobile alle mode di vestirsi, alla street fashion, come si dice in buona lingua, questi giovani esprimono la loro ribellione contro tutti i totalitarismi, come per esempio si vedono nella saga distopica di Hunger Games, dove i dominatori crudeli sono tutti vestiti alla stessa maniera militare impeccabile, mentre i rivoltosi hanno abiti dimessi e eventualmente stracciati? Oppure si tratta semplicemente di passeggeri fenomeni mimetici ai quali gli adolescenti si adattano seguendo gli imperativi accidentali e imprevedibili degli stilisti all’avanguardia?

Sono tutte risposte dettate dalla psicologia e dalla sociologia che lasciano in parte insoddisfatti. È vero, la moda dei buchi e degli strappi e dei tagli nei vestiti veicola una forma di ribellione, in senso decisamente radicale, contro la tradizione, che secondo canoni diversi di anno in anno tende tuttavia, almeno a prima vista, a rendere più gradevole agi occhi, più bella, la persona che indossa un abito, o più stretto per mostrare le forme, o più largo per dissimularle, o di un colore piuttosto che di un altro per richiamare allegria o tristezza o indifferenza, dai colori terrosi, giallo, arancione, nero, grigio. Ma il punto resta quello di chiedersi: «perché i buchi e i tagli?». Una forma di ribellione altrettanto radicale avrebbe potuto essere, non tanto un abito di arlecchino che, avendo una sua logica e tradizione, è rivoluzionario fino a un certo punto, ma, mettiamo, una grande toppa trasversale marroncina su un pantalone nero, o due strisce parallele verticali gialle su pantaloni sempre azzurri, prendendo a modello l’espressionismo astratto di Mark Rothko. Perché i buchi, dunque, e i tagli?

Nei film e nella realtà quotidiana, si vedono spesso, troppo spesso, tragicamente, persone, ragazze, ragazzi, con i pantaloni sbrindellati, uscire dalle nubi di un incendio, dalla polvere di un terremoto, da uno stupro individuale o collettivo. Sarebbe dunque che le nostre ragazze, che abitano città occidentali come New York, come Londra, come Milano, più fortunate, si fa per dire, ma è anche vero, rispetto a città, regioni, nazioni, in guerra continua da anni e decenni, si immedesimano ai vinti del mondo esprimendo in tal modo la loro aperta ribellione ai vincitori arroganti e benvestiti? Se così fosse, e non è escluso che così sia, almeno in parte, si tratterebbe anche qui di una interpretazione del fenomeno della moda in chiave psicologica e sociologica, di partecipazione al dramma degli altri meno fortunati da parte di chi ancora, per il momento, è più fortunato.

Ma forse, oltre alle spiegazioni psicologiche, che riguardano cioè il meccanismo di funzionamento mentale e affettivo dei singoli individui, e sociologiche, che hanno invece piuttosto a che fare con l’inserimento dei fatti che accadono ai singoli individui nell’ambiente culturale, politico, economico in cui accadono e si ripetono secondo certe regole, potremmo chiamare in aiuto l’interpretazione estetica o in definitiva filosofica. Ma non rischiamo di prendere le cose troppo sul serio? Che cosa c’entrano mai l’estetica e la filosofia in un paio di jeans con i buchi e con i tagli? C’entrano, c’entrano. L’estetica ha come proprio campo di indagine privilegiato l’oggetto artistico, l’oggetto d’arte, così come viene immediatamente recepito dai sensi, soprattutto attraverso le categorie dello spazio e del tempo, in modo da organizzare percettivamente le loro forme di bellezza, grazia, armonia, sia nell’immobilità di un colpo d’occhio, sia nel loro ordinamento in successione di movimento. Il richiamo della interpretazione estetica e filosofica nella street fashion, ha un doppio vantaggio, rispetto al punto di vista psicologico e sociologico. Il primo, è di trattare un capo di abbigliamento indossato da una adolescente come un’opera d’arte. Il secondo, è di mettere il fenomeno della street fashion dei tagli e dei buchi nei jeans sullo stesso piano del fenomeno dell’arte, comprese le sue rivoluzioni del secolo scorso, specialmente con lo spazialismo di Lucio Fontana e con il movimento neo concretista di Arnaldo Pomodoro. Ma non lasciamoci impressionare dalla classificazioni altisonanti.

Lausanne - Cattedrale di sera 

rendiamo gli oggetti d’arte sensoriali, a cominciare dai quadri di Fontana. Sono delle grandi tele, monocrome in genere, belle, lisce, levigate, gialle, rosse, verdi, di colori accesi o spenti, sulle quali si vedono dei tagli verticali, non frastagliati, fatti da un bisturi, direbbe l’anatomo-patologo, a volte un taglio, a volte due o tre tagli, altre volte invece di tagli dei buchi distribuiti sulla tela apparentemente senza un ordine. Sono oggetti d’arte esattamente come le nostre fanciulle con i pantaloni a buchi e tagli. Come ci consentono i criteri dell’estetica filosofica di interpretare la rivoluzione iconoclastica di Lucio Fontana? Con i suoi buchi e i suoi tagli Lucio Fontana ha, prima di tutto, annullato la distinzione tra pittura e scultura. È  vero, ma di questo, allo spettatore di un’opera d’arte, e al voyeur della street fashion, forse non importa poi tanto. Importa molto di più la sensazione di disagio e inquietudine di fronte ai tagli e buchi che evocano anche una ferita, uno squarcio, il segno del passaggio di un proiettile. E poi importa l’altra rivoluzione di Fontana, il quale, con i suoi tagli e buchi sulla bella tela liscia, ci ha insegnato a guardare l’opera d’arte in un nuovo modo. Non come a un oggetto da considerare per ciò che appare al primo colpo d’occhio, finito e chiuso nella sua cornice. Esaminata in questo modo, cioè spazialmente concluso nella sua cornice, Lo sposalizio della Vergine, di Raffaello (1504, quattrocento anni prima di Fontana), si può ammirare per ore nella Pinacoteca Brera di Milano. Il quadro di Fontana invece va oltre la finitudine della cornice, oltre la tela, la quale è solo un elemento nello spazio di un mondo dal quale si può accedere a altri mondi attraverso i tagli e i buchi dell’artista. Dal limite del quadro classico, chiuso fino a tutto l’ottocento, i tagli e i buchi di Fontana aprono oltre ogni limite facendo apparire tutti i mondi che stanno dall’altra parte dei buchi e dei tagli. Che non possono essere visti. Ma che possono essere pensati. Che si è obbligati a pensare. Là dietro alla fessura del taglio c’è un coccodrillo che spasima per venire tra di noi. Anzi, là dietro c’è una folla di zombi che disputa alla vecchietta il cibo destinato ogni giorno ai suoi gatti randagi.

Come i quadri di Fontana, così le sculture di Arnaldo Pomodoro  sono opere d’arte insieme alle fanciulle con jeans a tagli e buchi. Prendiamo per esempio le sue enormi sfere di bronzo dorato, levigate, perfette, specchi agli uccelli che passano e ai visitatori che le contemplano. Anche queste, a certi punti, sono lacerate, frastagliate, tormentate, interrotte, e lasciano vedere ingranaggi di improbabili macchinari seminascosti nell’ombra, frammenti di oggetti confusamente intricati. Probabilmente Pomodoro segue le linee di una dialettica tra l’interno e l’esterno, le contraddizioni tra la levigatezza della superficie della sfera, perfetta anche nella forma, e la complessità dell’interno pieno di frammenti alla rinfusa, indistinti, vaghi. Un criterio simile, quanto alla distribuzione nello spazio, era stata seguita da Fontana, non tanto tra l’esterno e l’interno quanto tra il di qua e l’al di là, rispetto a uno schermo, a una superficie di separazione di mondi eterogenei e tuttavia comunicanti.

Il parallelo tra le opere d’arte del pittore e dello scultore, da una parte, e le opere d’arte delle adolescenti dai jeans con tagli e buchi, sembra reggere bene, e suggerire importanti informazioni per la maggiore comprensione di una maggiore verità dell’opera d’arte della street fashion. In tutti e tre i casi, l’opera d’arte è il farsi dell’oggetto attraverso gli artisti che lo fanno, pittore, scultore, adolescente.

Che la caratteristica dei tre tipi di oggetto d’arte sia legata alla dialettica del dentro e del fuori, della superficie e del profondo, dell’esterno e dell’interno, attraverso il taglio della tela, lo squarcio della sfera, i buchi e i tagli dei jeans, appare in maniera molto evidente, che non richiede altre parole per la dimostrazione. Concluderemo allora che Fontana e Pomodoro, da una parte, adolescenti con jeans tagliati, dall’altra, usano le medesime procedure logiche, estetiche, filosofiche per produrre un analogo oggetto d’arte? Sì e no. Sì, se consideriamo la sfera, la tela, i jeans, come il velo, la superficie, che separa uno spazio dagli altri spazi, e se consideriamo i tagli, gli squarci, come feritoie che danno accesso da un mondo a un altro, dal mondo della levigatezza e perfezione finita al caos della infinita confusione. Ma no, per via di una differenza radicale che separa agli antipodi il pittore e l’architetto, che hanno la medesima posizione,  in ciò che andremo subito a dire, dalle ragazze in jeans tagliati, quanto al nuovo modo di guardare l’opera d’arte.

È vero, sia con Pomodoro, sia con Fontana, sia con le adolescenti dai jeans tagliati, passiamo, attraverso buchi tagli, squarci, dal guardare un mondo all’intravedere un altro mondo. Ma Fontana e Pomodoro ci prendono per mano nell’attraversamento della fessura indicandoci il verso che va dalla superficie sensoriale immediata perfetta, levigata, lucida, luminosa, al mondo interno invisibile caotico, confuso, di frammenti ammonticchiati. Le adolescenti invece non tanto ci prendono per mano, la loro sublime indifferenza non lo concederebbe, quanto ci obbligano a distogliere lo sguardo dal mondo  imperfetto, caotico, confuso, incerto, pieno di pericoli, che è il mondo esterno della strada in cui si muovono le loro gambe, al mondo interno, al di là dei tagli, fatto di ginocchia ambrate, levigate, di fuggevoli apparenze di cosce dorate, attraverso i tagli e i buchi dei jeans. Si tratta di un cambiamento del verso dello sguardo, dal verso che va dal fuori al dentro, piuttosto che dal dentro al fuori, che cambia tutto. Cambia l’oggetto d’arte, cambia il modo di guardarlo, di vederlo, di partecipare alla sua bellezza. Il passare dalla bellezza del fuori all’orrore del dentro, riflette il pessimismo cosmico di Fontana e di Pomodoro che vedono nella perfezione di un’immagine, come una tela o una sfera, il transeunte attimo che precede il precipitare nel buio e nel caos che ci aspetta. Il passare dalla confusione incerta e drammatica del fuori delle strade, in cui le gambe si muovono, alla perfezione della levigatezza ambrata delle ginocchia delle fanciulle in jeans con tagli e buchi, apre l’animo all’attesa paradisiaca fiduciosa ben oltre gli orrori e le angustie di tutti gli inferni e purgatori quotidiani.  

 

[1] Adam Gopnik, Holes in Clothes, Bbc radio4 –  A point of view, 9 dicembre 2016






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